1° intervento del gruppo ex Banca Mediterranea con Vittorio Brienza alla penultima assemblea dei soci Unicredit dell’11.05.2013 a Roma

 
La sintesi del 1° l’intervento della minoranza ex Banca Mediterranea con l’incaricato Vittorio Brienza
nel 2° Rapporto “I Lucani sulla catastrofe all’Unicredit” settimanale Controsenso Basilicata (I Parte 2013)

 

segue
IL TESTO INTEGRALE DEL 1° INTERVENTO DELLA MINORANZA INVIATO ANCHE A IGNAZIO VISCO GOVERNATORE DELLA BANCA D’ITALIA E A GIUSEPPE VEGAS PRESIDENTE DELLA CONSOB

 

ASSEMBLEA DEI SOCI UNICREDIT SPA – ROMA sabato 11 MAGGIO 2013
1° Intervento del gruppo di minoranza ex Banca Mediterranea con Vittorio Brienza
da riportare integralmente nel verbale d’assemblea al 1° punto dell’ordine del giorno:

Approvazione bilancio individuale di Unicredit spa 2012, riclassificazione riserve di patrimonio netto e riesposizione delle cd. Riserve negative; presentazione del bilancio consolidato del Gruppo Unicredit  2012; integrazione della riserva legale; eliminazione delle c.d. riserve negative per le componenti non soggette a variazioni mediante copertura delle stesse in via definitiva, riallocazione della perdita 2011

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Nel segno della continuità dei miei precedenti interventi svolti alle due ultime assemblee degli azionisti Unicredit del 15 dicembre 2011 e 11 maggio 2012, prendo la parola in rappresentanza del gruppo minoritario di soci persone fisiche proveniente dall’ex controllata Banca Mediterranea del sud Italia.

E’ opinione comune, anche di diversi commentatori specializzati, che le banche vanno male perché c’è la crisi.
Ma questo è vero soltanto in parte, in quanto in qualche misura è pur vero il contrario: c’è la crisi anche perché le banche spesso non fanno per intero il loro mestiere e talvolta lo fanno male. 
E ciò accade tra l’altro:
1. quando le banche non concedono credito (il cd. credit crunch);
2. quando le banche concedono male il credito, procurando lo scadimento della loro capacità di reddito ed i conseguenti effetti di addurre quote crescenti di ricavi a rettifiche di valore, distruggendo così ricchezza ed    obbligando a necessari interventi di aumento del capitale, che negli ultimi quattro anni e mezzo Unicredit ha effettuato per l’imponente somma di 18,5 miliardi di euro;
3. quando le banche riducono gli organici del personale anche con incentivi all’esodo.

In merito al 1° motivo sopra citato della mancata concessione di credito, basta considerare che i crediti alla clientela di 547,1 miliardi di euro al valore di bilancio 2012 di Unicredit sono diminuiti di 8,8 miliardi di euro rispetto al 2011 (cfr. tabella “stato patrimoniale consolidato – attivo” alla pagina 30 del volume di bilancio consolidato consegnato ai soci nell’assemblea odierna) e di ben 65,3 miliardi di euro rispetto al 2008 quando i crediti alla clientela erano 612,4 miliardi di euro (cfr. la voce crediti alla clientela nella tabella “dati storici del Gruppo 2002-2012” alla pagina 34 del bilancio consolidato), consolidando così il trend negativo nell’ultimo quinquennio.
Ma quel che è peggio, è che nel 2012 il maggior calo di attività di Unicredit di 7,9 miliardi di euro si è registrato in Italia, presso famiglie e piccole e medie imprese, essendo diminuiti i crediti verso la clientela da 125,2 miliardi del 2011 a 117,3 miliardi di euro nel 2012 (cfr. voce crediti verso clientela dei dati patrimoniali riferiti a F&SME Italy nella tabella “dati di sintesi per settori di attività” alla pagina 33 del bilancio consolidato).
Posto che compito primario di una banca è non solo quello di raccogliere risparmio ma anche di erogare credito e posto che è difficile sostenere che in tutti questi anni la contrazione sia dipesa soltanto dalla carenza di domanda di credito, si chiede ai vertici di Unicredit se questa strategia – se di strategia si tratta – sia stata imposta dalla necessità di porre in essere forme di impiego finanziario a più elevato tasso di redditività, ad esempio con i derivati, o forme di impiego finanziario a più basso coefficiente di rischiosità, ad esempio con i titoli di Stato? Non si prende in considerazione la possibilità che la contrazione del credito sia stata determinata da insufficiente liquidità, giacché il male sarebbe anche maggiore, per cui si muore prima per illiquidità che per perdite?

In merito al 2° motivo del cattivo esercizio del credito nelle banche, basta richiamare le due principali grandezze dei crediti deteriorati e delle rettifiche di valore.
Nel Gruppo Unicredit con una progressione impressionante i crediti deteriorati netti (sofferenze-incagli-ristrutturati-crediti scaduti) sono saliti a 79,7 miliardi di euro nel 2012 (rispetto ai 72,5 miliardi di euro nel 2011 o 69,8 miliardi di euro come ricostruiti in base ai principi contabili IFRS5) e hanno raggiunto un’incidenza sui crediti alla clientela del 13,62% al lordo delle rettifiche, con un rapporto di copertura complessivo non tranquillizzante del 44,8% (cfr. tabella “crediti verso clientela-qualità del credito” alla pagina 39 del bilancio consolidato).
Tra questi crediti deteriorati le sofferenze si sono attestate a 44,3 miliardi di euro, pari al 7,58 % sul totale dei crediti di 585,7 miliardi di euro al lordo delle rettifiche, ed a 19,3 miliardi di euro, pari al 3,54 % sul totale dei crediti di 547,1 miliardi di euro al netto delle rettifiche (cfr. idem tabella “crediti verso clientela-qualità del credito”).
Ma il dato peggiore riguarda le cancellazioni di 4,5 miliardi di euro che hanno concorso a deprimere il saldo lordo e quello netto delle sofferenze (cfr. voce C.2 cancellazioni nella tabella A.1.7 “esposizioni creditizie per cassa verso clientela: esposizioni deteriorate lorde” alla pagina 299 del bilancio consolidato).
Ebbene dopo i 24,9 miliardi di euro di rettifiche di valore effettuate sui crediti alla clientela negli esercizi dal 2008 al 2011, che si elevano a 34,5 miliardi di euro aggiungendo quelle del 2012, sarebbe stato lecito attendersi che il comparto crediti alla clientela fosse interamente bonificato, oltre che allineato ai valori di presunto realizzo.
Evidentemente non è così: le attività di bonifica non appaiono terminate e al riguardo è forse il caso di ricordare la mitologia greca e le fatiche di Ercole nelle stalle di Augia.
Dopo tanti anni di queste interminabili operazioni di bonifica, al netto della crisi finanziaria che porta con sè talune inadempienze ed insolvenze, si chiede ai vertici Unicredit: il processo di allocazione del credito e di amministrazione del rischio in Unicredit è immune da errori? Il processo di gestione delle insolvenze è ottimale ed è svolto nell’interesse immediato della Banca ma anche nell’interesse del cliente, facendo sempre tutto ciò che è possibile e necessario per accompagnare ed aiutare il debitore ad uscire dalla crisi, se questa non è irreversibile?
Per quanto concerne poi le rettifiche complessive su crediti alla clientela e su immobilizzazioni materiali, immateriali e finanziarie, esse raggiungono nel periodo 2008-2012 la gigantesca somma di 49,4 miliardi di euro, segno che nell’ultimo quinquennio non solo i crediti sono stati erogati e gestiti in modo non ottimale, ma anche le immobilizzazioni e le partecipazioni hanno scontato pregressi peccati valutativi in sede di acquisizione.
E con questi gravami è assai difficile pensare che il Gruppo Unicredit possa assicurare redditività soddisfacenti.
Il giornale economico on line Linkiesta, alla cui proprietà è associato anche l’ex Amministratore Delegato Alessandro Profumo (attuale Presidente del Monte dei Paschi di Siena e buon conoscitore degli interna corporis del Gruppo Unicredit), ha commentato in poche righe il bilancio 2012 di Unicredit, asserendo che le attività austriache e tedesche hanno portano dividendi alla capogruppo a differenza di quelle italiane, contenenti rettifiche e svalutazioni; ed il ritorno all’utile di 865 milioni di euro, rispetto alla maxi perdita di 9,2 miliardi di euro del precedente esercizio 2011, è stato risicato perché le rettifiche sui crediti alla clientela si sono elevate a 10 miliardi di euro, crescendo del +67,7% rispetto al precedente esercizio 2011.  

In merito al 3° motivo della riduzione di personale nelle banche e dei conseguenti effetti riduttivi di redditi e propensione alla spesa, va rilevato nel Gruppo Unicredit tra il 2008 ed il 2012 i dipendenti sono passati da circa 174.000 a circa 156.000, con diminuzione di 18.000 unità (-10,34%), a dimostrazione che, se la valutazione è stata appropriata, un dipendente su dieci era superfluo.
Inoltre nello stesso periodo sono stati chiusi 900 sportelli della Banca. 
E la riduzione del personale, come la chiusura degli sportelli, non è dipesa soltanto dagli effetti della fusione con Capitalia, dalle prescrizioni dell’Antitrust e dalla duplicazione di presenze su piazze non strategiche: non qui e non ora si può procedere ad un’analisi puntuale ed accurata del dove e del quanto, in Italia od all’estero.
E’ un fatto che queste operazioni sul piano del personale e degli sportelli hanno distrutto ricchezza e valore, generato impoverimento, gravato per anni il Gruppo Bancario di costi enormi ed alla fine hanno danneggiato gli azionisti e la stessa collettività.
Al riguardo andrebbe valutata anche la dichiarazione dell’Amministratore Delegato Federico Ghizzoni alla comunità finanziaria londinese nel 2010, che prevedeva l’apertura di 900 sedi fino al 2015, di cui 300 sportelli in Turchia, altri 300 sportelli in Romania, 120 filiali in Ungheria e 180 in altri Paesi tramite auto finanziamento e senza aumenti di capitale, mantenendo peraltro la distribuzione di dividendo (fonte: il quotidiano italiano La Repubblica del 25 ottobre 2010).
Si domanda ai vertici di Unicredit: sono state sempre scelte oculate quelle di assumere personale e di aprire filiali? E qualcuno dei manager e dirigenti con responsabilità strategiche è mai stato chiamato a rendere conto di quelli che, a posteriori, si sono rivelati errori? Gli elevati od elevatissimi compensi rilasciati nel quinquennio, ed anche prima, a manager e dirigenti, quale contropartita hanno – dovrebbero avere – a livello di sanzioni anche economiche ed a titolo di risarcimento dei danni prodotti?  E come valutano i vertici di Unicredit le azioni individuali risarcitorie spettanti ai sensi dell’articolo 2395 del codice civile ad ogni singolo socio risparmiatore direttamente danneggiato da atti colposi o dolosi degli amministratori?
Al riguardo non può sottacersi che nonostante l’ultimo massiccio aumento di capitale sociale per 7,5 miliardi di euro (conclusosi il 20-27 gennaio 2012), il titolo Unicredit ieri 10 maggio 2013 è quotato in chiusura alla Borsa Italiana 4,16 euro (cioè soltanto 0,416 euro per ogni azione Unicredit ante accorpamento innanzi citato); tale ultimo prezzo, se rapportato alla quotazione di chiusura di 5,675 euro del 7 gennaio 2008 (cioè 56,75 euro per ogni azione post accorpamento innanzi citato), realizza negli ultimi cinque anni la smisurata perdita percentuale del 93% del suo valore: una vera e propria catastrofe per i titolari di azioni Unicredit.

Concludo con un’altra domanda: al fine di favorire la partecipazione degli azionisti agli appuntamenti cruciali societari, gli organi di Unicredit intendono recepire nello statuto le modifiche intervenute tre anni fa (nel 2010) al decreto legislativo n.58/1998 ed al relativo Regolamento Consob e così intendono prendere in considerazione il voto per corrispondenza ed il collegamento a distanza dei soci nelle assemblee, come da anni avviene nel Banco Popolare e nella concorrente francese Bnp Paribas,  secondo quanto asserito da me e dal collega Elman Rosania all’assemblea Unicredit dello scorso anno 2012?

Ringrazio per l’ascolto Lei, signor Presidente Giuseppe Vita, i componenti degli organi, il direttore generale, i soci, i dirigenti e dipendenti della Banca ed i partecipanti tutti.


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